Marinai di Terraferma

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 Oggetto del messaggio: l'attimo fuggente
MessaggioInviato: 12/11/2019, 19:34 
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sapete che la vostra opinione è importante.
Buona lettura

C'è un momento nella vita di un uomo, un momento che vale molto più di molti altri.
Un istante intenso, che vale tutti gli altri istanti che sono stati spesi per procurarsi quell'unico, denso, appagante istante.
Non parlo delle cose importanti della vita, non mi riferisco all'istante in cui hai visto nascere tuo figlio, il momento in cui il rettore ti proclama dottore e mette fine al tuo corso di studi o quando per per la prima volta le dita sfiorano il seno nudo di una donna, che rabbrividisce al tuo tocco, maldestro e rapace.
No, parlo delle cose più semplici della vita, con meno retorica, meno enfasi, sicuramente meno importanza.
Spesso provo a calcolare quanto tempo ho passato sotto la mia barca e quanto invece sopra di lei e il bilancio pende sempre per la prima posizione.
La vernice da ritoccare, la carena da rifare, tracce di putredine, il pozzetto da sistemare, una miglioria alle terrazze di prua, un nuovo salpa ancore, i bozzelli da sostituire, i cuscini da asciugare. Ogni volta la vado a trovare e c'è sempre un dettaglio da sistemare e un appunto da prendere per un lavoro futuro.
A volte mi sento come una formichina. È come se tutti questi minuti che con pazienza e a volte insofferenza dedico alla mia barca, mi venissero restituiti in una volta sola, ma non allo stesso modo. Come quando con fatica si sale un pendio con le pelli di foca, impiegando ore per guadagnare dislivello e poi, tutta quella salita guadagnata metro per metro, ce la beviamo in un unico sorso, in una veloce e magnifica discesa, a zig zag tra gli strappi che duramente quella mattina abbiamo risalito uno a uno
Quei minuti, che steso sotto alla pancia della mia barca a scartavetrare per ridare lo smalto, si trasformano in ore, a volte lunghe e noiose, spesso, durante le crociere estive, diventano minuti intensi e duraturi. Come se lo stesso identico tempo che dedico alla manutenzione della mia barca, ore interminabili e giorni interi di lavoro, si contraesse durante la stagione estiva, quando finalmente sciolgo gli ormeggi e partiamo per la nostra lunga crociera. Allora, quei minuti mi vengono restituiti in numero minore, ma in intensità raddoppiata. Le giornate a bordo sono molto più lunghe, e alla sera, quando crollo sulla mia panca mi pare di essere sveglio da 3 giorni.
Il tempo è più denso, più saporito, più concentrato. Ci sono momenti, singoli istanti che valgono tutto il tempo speso per procurarseli.
E oggi è uno di quei momenti.

Stiamo risalendo velocemente verso nord da questa mattina alle 4. Violanda ci ha raggiunto in barca qualche giorno fa, con un traghetto e abbiamo navigato nel popolato arcipelago tra Zara e Biograd.
Tra due giorni però hanno previsto un colpo di bora scura e non voglio trovarmi intrappolato in qualche porto o peggio, dover forzare la navigazione perché Violanda deve tornare a lavorare.
I bambini sono ormai più grandi e noi siamo fuori dal tunnel del pannolino.
Demetra ha 5 anni, ha imparato a nuotare e si diverte a prendere il sole a prua, stesa sulla pancia e con il mento appoggiato sulle mani.
Emir e Yanez si spartiscono i compiti. Il primo è addetto al motore, il secondo al timone. In coppia sono in grado di gestire le manovre di ormeggio e la rotta, ma non ho capito perché, quando isso le vele si annoiano e dopo poco si ritirano a giocare a prua o provano a pescare alla traina.
Per concludere il mio equipaggio è sufficientemente autonomo e quest'anno sono in grado di condurre la crociera anche senza Violanda. Almeno per un breve tempo.
Abbiamo per tanto deciso di navigare a tappe, dandoci appuntamento in qualche porto facilmente raggiungibile anche con i traghetti.
Durante i periodi di assenza di Violanda io coprirò brevi tratti ad equipaggio ridotto – di età, non di numero. Ciondolerò in qualche baia o in qualche isola sufficientemente raggiungibile e poi quando Violanda ci avrà raggiunto navigheremo un po' insieme, finché lei non dovrà tornare al lavoro. E così via.
Oggi dunque risaliamo veloci verso Krk. A breve Violanda tornerà in Italia e la perturbazione in arrivo sembra destinata a durare più di qualche giorno.
Decidiamo quindi di spingersi velocemente a nord e di guadagnare il nostro porto di partenza dopo un lungo trasferimento di oltre 70 miglia.
Decido di coprirne 50 in un giorno e circa 25 il giorno dopo, in modo di lasciarci il grosso alle spalle, ma anche per guadagnare un ridosso sicuro, da dove, nella peggiore delle ipotesi, Violanda potrebbe raggiungere la macchina con un traghetto e rientrare a casa per tempo.
La sveglia suona prima delle 4.
Come sempre, quando so che devo navigare per diverse ore, scelgo di partire presto. Molto presto. Quando ancora fa buio.
In questo modo riesco a guadagnare mare mentre l'equipaggio dorme. Io sto al fresco e quando dopo qualche ora le prime teste cominciano a sbucare dagli scafi, ho già qualche miglia alle spalle. Nessuna caffetteria, bar o gourmet è in grado di preparare qualcosa di tanto buono come quella tazza di te o di caffè che scalda la mano, il sole basso sull'orizzonte e il rumore delle onde che sciacquano lo scafo. Poi la mamma prepara la colazione, si mangia tutti insieme finché ognuno si cerca un'occupazione e per un'altra ora tutti se ne stanno tranquilli, imbambolati a guardare il mare o intenti a interpretare un'onda o incuriositi da un peschereccio di passaggio.
Quando i bambini cominciano a mostrare insofferenza, siamo in mare già da qualche ora e spesso la meta del trasferimento è ormai vicina.
Da tempo ormai, da quando navigo con la mia famiglia che negli anni è diventata sempre più numerosa, ho imparato che la barca a vela è bella quando tutti si divertono, quando tutti possono goderne, ognuno a proprio modo.
Le lunghe cavalcate della barca che corre sul dorso delle onde non sempre soddisfano tutta la ciurma e quando i bambini cominciano ad essere insoddisfatti, anche la mamma si innervosisce e finisce che l’anno successivo la barca rimane in porto e la famiglia impone una vacanza diversa.
Il bravo capitano saprà accontentare le necessità di tutti, cercherà il giusto compromesso, tra una bella veleggiata, i giochi sulla sabbia e una passeggiata con la mamma. E la barca a vela resterà nel cuore di tutta la famiglia.
Questa mattina dunque, la sveglia suona che ancora non è giorno. Attendo ancora qualche minuto e godo del silenzio della baia e le luci del porto, gialle contro il cielo che ancora è buio.
La barca è già pronta a salpare dalla sera precedente. Non mi resta che vestirmi, raccogliere il mio sacco a pelo e il materasso e chiudere la tenda. Metto in moto il fuoribordo e controllo che tutti nelle proprie cuccette continuino a dormire. Sciolgo la cima, la raccolgo e la lascio ad asciugare sulla coperta, un pezzo di pane secco per fermare lo stomaco e piano esco dal porto. Appena fuori, il motore è caldo, la rotta impostata e mi avvio verso la prima delle 50 miglia che mi separano dalla meta, mentre i dettagli della costa si fanno sempre più nitidi e le stelle più pallide.
Devo costeggiate per qualche miglio verso nord prima di trovarmi in mare aperto. Sulla destra, a poche decine di metri l’alta costa dell’isola dove abbiamo dormito. Dall’altra, altre isole più piccole chiudono a tratti questo canale.
Questa mattina il mare non è liscio come mi sarei aspettato. Le previsioni di ieri sera mettevano vento nullo, ma risalendo questo stretto braccio di mare, comincio ad avere il mare sul naso, tanto che devo ridurre i giri del fuoribordo.
Non è raro in realtà, salpando prima dell’alba incontrare per qualche ora brezza di terra.
Nell’anticiclone estivo, tutto è spesso fermo, ma in alcune zone, in determinate condizioni, può accadere che si formi un gradiente barico tra mare e terra in grado di generare brezze a volte anche generose.
Stamattina però più risalgo lo stretto canale che mi porterà in mare aperto, più le onde sono formate e il vento aumenta. No, questa non sembra brezza, ma quei fenomeni locali, limitati a qualche ora.
Spero di raggiungere presto il largo per issare le vele, ma quando ormai ho guadagnato il capo più settentrionale dell’isola, incontro una enorme sorpresa. Alle mie spalle, dietro un’isola sottovento fa capolino - si fa per dire - un’enorme nave da crociera. Tanto grande che per un attimo mi sembra si possa incastrare nello stretto passaggio tra questo dedalo di isole, stretti bracci di mare e canali.
Navighiamo su rotte convergenti, ma non è certo mia intenzione pretendere la precedenza. Correggo di diversi gradi a sud, in modo da seguire una direzione parallela a quella della nave. Nel frattempo ho abbandonato a poppa l’ultima propaggine dell’isola e il vento e il mare hanno rinforzato. Con onda e con vento il nostro catamarano soffre, lo so. In queste condizioni è lui a chiedere di mettere tela. Tanto incespica, beccheggia e fatica a tenere la rotta, quanto diventa docile e fluido una volta issate le vele.
Lo so, lo so, è lui a chiamare. Spegni quel motore, mi dice. Issa la randa e vedrai quanto andremo più spediti e veloci.
Lo so, lo so anch’io, ma quella nave mi sta ormai per doppiare. E’ enorme, molto veloce e dannatamente vicina. Non ho nessuna intenzione di abbandonare il timone per manovrare da solo a prua. Riduco ancora i giri in modo da tenere la direzione e non combattere contro il mare, mentre la nave ormai è al mio fianco. Distinguo perfettamente i dettagli dello scafo, gli oblò delle cabine, i camerieri in camicia bianca che sui ponti superiori portano i vassoi della colazione e qualche passeggero affacciato sulla battagliola a godersi il sorgere del sole, mentre mi saluta con la mano.
Quanto piccoli dobbiamo sembrare, sulla nostra piccola zattera in mezzo al mare.
E’ solo un attimo, ma provo invidia per il ricco buffet che immagino li aspetti per la colazione. E anche per la doccia calda che si possono fare i passeggeri.
Da settimane noi mangiamo con la ciotola in mano e ci leviamo il sale con lo spruzzino.
Ma è solo un attimo e presto rimaniamo nella scia della grande nave.
Attendo che passi il treno di onde sollevato dall’enorme scafo e poi butto la prua a vento e metto il motore al minimo.
Ora è il momento: via la sacca della randa e del fiocco. Aggancio i circuiti delle scotte e su le vele. Prima la randa con il suo elegante picco. Poi il fiocco. E come ogni volta sento i giri del motore aumentare, mentre l’elica gira trascinata dalla barca. Porto la barca al traverso per farle prendere velocità, poi su anche il piede del motore e nel nuovo silenzio della mattina, a parlare è solo la schiuma che lasciamo a poppa e le onde che schiaffeggiano gli scafi.
Il vento proviene esattamente dalla direzione dove dobbiamo andare, per cui sono costretto a perdere molti gradi per sfruttare una buona bolina. Fa niente, allungherò la rotta, ma la percorrerò più velocemente e senza forzature.
Da tempo ho imparato ad ascoltare la mia barca. Spesso è meglio lasciarla correre anche a costo di fare più strada, ma navigando molto più rilassati.
Il sole è sorto e le mie prue puntano su Pag. Sono quasi certo che più ci avvicineremo alla costa, più il vento diminuirà, ma diminuirà soprattutto il mare, per cui, una volta sotto costa, protetti dalla lunga isola, ammaineremo le vele e ci affideremo di nuovo al fuoribordo.
Per ora la barca corre veloce, risparmiamo benzina e motore e guadagnamo verso Pag, che per ora è solo una striscia all’orizzonte.
Il cambiamento deve avere svegliato tutto l’equipaggio, che uno alla volta, mette la testa fuori dalle cabine e sale in coperta. I capelli arruffati, lo sguardo che ancora si deve abituare alla luce, fanno tutti pipì e cercano qualcosa per coprirsi, perché la temperatura non è mitigata dal sole ancora basso sull’acqua. Infine sbuca anche Violanda, borbottando qualcosa sui suoi figli che non dormono mai e subito scende in cucina.
Dopo poco compaiono le tazze di caffè e di te, un vassoio di pane, salame affumicato, biscotti e cetrioli sottaceto.
L’invidia che provavo prima per il buffet della nave è scomparsa del tutto e con la tazza che scalda le mani, lo stick del timone sulle cosce, mi godo il momento più bello del mio catamarano.
Non c’è nessun’altra barca sopra il mare e qualche crestina bianca è l’unica variazione nel blu. La terra è lontana e si intravvede appena, mentre le vele a segno, portano il catamarano con una buona bolina sui 5 nodi. Non ci sono spruzzi, solo qualche onda ogni tanto fa beccheggiare gli scafi. I bambini hanno preso posizione e ancora un po’ intontiti si fanno dondolare dai movimenti asimmetrici del catamarano. La più piccola è in braccio alla mamma, sulla terrazza di prua. I maschi sono sdraiati sulle panche e io, a poppa, tengo lo stick del timone. lo sguardo mi cade sulla traversa che abbiamo restaurato lo scorso inverno. Sui coprigavoni nuovi e sulle terrazze da ridipingere. Sullo slancio di prua che ho restaurato in primavera dopo aver toccato il molo pesantemente e su tutti i lavori che dovrò fare il prossimo autunno.
Non importa. Ora non importa nulla. Ora c’è solo la barca che naviga, il suo equipaggio a bordo e un orizzonte da raggiungere. Ora conta solo questo.
Ora sono ripagato di tutte quelle ore spese sotto la barca o nel mio laboratorio di falegnameria a grattare e verniciare.
Violanda mi scuote dai miei pensieri.
- Vuoi un altro caffé?
- Magari.
Mi guarda ancora una volta.
- Sei felice?

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 Oggetto del messaggio: Re: l'attimo fuggente
MessaggioInviato: 13/11/2019, 9:40 
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Mi pare di si.


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 Oggetto del messaggio: Re: l'attimo fuggente
MessaggioInviato: 13/11/2019, 13:45 
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:lol: 8-) :lol: :lol: :oops:

manca un pezzo.....
quello finale

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 Oggetto del messaggio: Re: l'attimo fuggente
MessaggioInviato: 20/11/2019, 18:48 
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Lorenzo


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