Marinai di Terraferma

Forum dei marinai carrellatori
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 Oggetto del messaggio: Re: Quella volta è successo che ...
MessaggioInviato: 01/03/2018, 19:31 
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bello questo thread. Me n'ero dimenticato, grazie a Tramp che tra una conferenza e un impegno diplomatico lo ha riesumato.
In effetti io non ho la vostra esperienza, però qualcosa è successo anche a me e proprio quest' estate. Riesumare quest'esperienza mi fa un po' male, ma non tanto per l'orgoglio, quanto per quello che sarebbe potuto succedere.
Ora che sono abbastanza libero dalla scrittura vi dedico un po' di tempo.
speriamo sia catartico, perché ritornarci con la memoria non mi fa stare bene

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Io mi sacrifico per voi, e questo è il vostro ringraziamento? Ciurmaglia


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 Oggetto del messaggio: Re: Quella volta è successo che ...
MessaggioInviato: 02/03/2018, 9:12 
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margutte ha scritto:
[...] Ora che sono abbastanza libero dalla scrittura vi dedico un po' di tempo. Speriamo sia catartico, perché ritornarci con la memoria non mi fa stare bene


Bell'esempio di "interruptus" :twisted: ...

E...?

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Buon Vento!
Alberto
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 Oggetto del messaggio: Re: Quella volta è successo che ...
MessaggioInviato: 02/03/2018, 19:49 
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il tempo di scriverlo :evil:

La crociera della scorsa estate è stata caratterizzata da uno scambio di equipaggi a bordo di Tomtom. Un amico, un caro amico d’infanzia in seguito a importanti cambiamenti nella sua vita, è stato costretto a separarsi dalla sua barca, ridotta ormai ad un allevamento di cozze, incatenata in una baia slovena. Costui è sempre stato membro attivo e volontario della prima ora nelle grandi chiamate all’opera di trasporto, montaggio, riverniciatura o alaggio del nostro catamarano. In un periodo difficile della sua vita, mi sembrava doveroso convincerlo a navigare Tomtom, per trovare conciliazione con se stesso e con il mare nel mare.
Così il programma è presto delineato e come lui stesso era solito dire, gli scambi tra gli equipaggi di questa crociera vengono sistemati un po’ come nell’indovinello in cui un pastore deve traghettare al di là di un fiume la capra, l’agnello e il lupo. Chi salperà da dove e chi si farà trovare con un’auto in un determinato porto che poi sarà riportata alla tal stazione in modo che chi scende...etc etc etc.
L’ultima tratta di questa ingarbugliata crociera estiva, incastrata tra ferie e spostamenti, prevede un ritorno alla base, causato da un lungo intervallo in cui la barca è priva di equipaggio, per cui lasciarla in un qualche porto sarebbe troppo dispendioso. Conviene risalire al porto di partenza, tanto più che il finesettimana prevede qualche burianata.
Siamo in ferie, mi dice l’amico, siamo in barca, perché angustiarsi? Passiamo a trovarvi a Krk e poi quando lo decide il tempo, quando ci viene voglia salpiamo.
E così ci troviamo in terrazza a sporcare di briciole il portolano, mentre la bora spazza la baia e fa fischiare le drizze di Tomtom. A salpare saranno in due e raccoglieranno un terzo membro nell’isola di Rab, servita da un traghetto che la collega da Krk. In questo modo, una macchina resterà alla base...insomma inutile dilungarsi, possono navigare qualche giorno nel Quarnaro e raccogliere il terzo elemento lungo la via, mentre il quarto arriverà a Pakostane, dove scenderà un altro e così via. Il puzzle è quasi completo.
Ai miei due amici non dispiacciono questi giorni costretti nel porto dalla bora. Mangiamo uova e pancetta per colazione. Sistemiamo la barca, e mettiamo a punto alcuni particolari. Viene montato un pannello solare e una batteria, perché ormai è indispensabile essere iper connessi e l’equipaggio ha la paranoia di rimanere senza batteria. Quest’ultimo particolare mi lascia da riflettere, ma mia moglie mi dice sempre che sono troppo intollerante. E sia.

Alla sera prima della partenza, siamo in terrazza a bere birra e a controllare le previsioni meteo, quando mia moglie mi propone di partire insieme ai due miei amici e accompagnarli per qualche giorno fino al traghetto di Rab, dove avverrà il primo cambio di equipaggio. Anch’io posso approfittare del traghetto e ritornare alla base. L’idea mi tenta, mi tenta parecchio. In barca sono molto condizionato dalla presenza della bambina più piccola e soprattutto conduco la barca in totale autonomia, perché mia moglie si occupa dei bambini. Per la prima volta potrei navigare spensierato e con meno vincoli imposti dai passeggeri più piccoli, più rilassato. Ma penso a mia moglie a casa da sola con i tre bambini da gestire. In breve e dopo un’animata discussione riesco a ottenere che i due maschi più grandi, 4 e 6 anni, mi seguano, mentre la piccola rimarrà con la mamma a casa. Il giorno dopo, per la prima volta al comando di un equipaggio maschile, salutiamo la mamma e la sorellina che sul molo sventolano i fazzoletti come in una scena dei migliori film.
Tomtom smotora per un paio d’ore buone, e decidiamo di scendere lungo il canale del Velebit, itinerario che solitamente avrei evitato, preferendo la rotta a nord dell’isola, più lunga, ma più sicura, ma questa mattina il mare è una tavola e i bambini sono distratti dalla nuova compagnia, con cui giocano, pescano, chiacchierano. Comincio a dubitare che salga il vento e addirittura prevedo un ormeggio anticipato a Baska, per evitare di cucinarci sotto il sole tutto il giorno. Invece, come previsto, all’imboccatura della Senska vrata - la porta di Senj - il vento si alza e noi alziamo le vele. E’ un bel lasco e i nodi diventano 4, poi 6 e poi il catamarano plana sulle onde e comincia a muoversi come un puzzle e gemere come un cetaceo.
- Sicuro sia tutto normale?
- E’ una barca legata con lo spago, cosa pretendi.
- Allora è tutto normale?
- Tutto normale.
E la barca scende oltre Baska, supera Plavnik e divora molta più distanza di quanto previsto dalla tappa giornaliera. L’equipaggio prende il sole sulle terrazze, coperte dall’ombra del Genoa e rinfrescato dalla brezza, ma alle prime ore del pomeriggio i giovani maschi danno segni di insofferenza. Bisogna trovare una meta.
Goli otok è un’isola deserta a poche miglia dalla nostra rotta e i miei amici hanno sempre navigato in modo classico. Ricordo con un sorriso che uno di loro mi disse - ma questa barca a vela va a vela! ed è pure più veloce che a motore.
Raramente pernottavano fuori da un marina, spesso costretti da un equipaggio arrangiato per ferie da ferragosto e l’idea di pernottare su un’isola deserta li alletta e li eccita. Tanto più che ho caricato in barca la griglia per il barbecue, suscitando ulteriori stupori.
C’è un porto molto ampio a nord di Goli, un porto che offre un discreto ridosso. Al centro dell’isola c’è invece un molo che di giorno è frequentato dai classici barconi turistici che portano i visitatori a fare un bagno nell’acqua straordinariamente limpida di questa piccola isola.
Scelgo il grande porto a nord per l’atterraggio, poi si vedrà. Entriamo non senza difficoltà perché il vento è proprio sul naso e il porto è affollato di yacht, alcuni maxi, alcuni mini che solitamente si fermano solo fino al tramonto, per poi rientrare ai loro marina. Fatico a procedere e devo manovrare perchè mi devo incastrare tra due barche all’inglese, con un forte vento al mascone e un’altra barca al giardinetto, che - non capisco perché - è lì che aspetta di vedere dove vado. Un po’ la voglia di arrivare, dopo diverse ore in mare, un po’ il vento, un po’ la poca pratica col mio nuovo equipaggio, il vento, quella dannata barca che non mi permette di rifare la manovra, sono costretto a spingermi fino al molo con un angolo quasi retto, ma un fastidioso moto ondoso non mi permette di essere regolare con il motore e una prua tocca il cemento sbucciando il legno.
Non sono preoccupato, la mia barca ha davanti due orecchie, due “fusibili” di legno che ammortizzano eventuali maldestri contatti e non so perché ma ogni anno devo stuccare e riverniciare quella parte. Oramai c’è più resina che legno. Mi dispiace più che altro per la figura che il comandante ha fatto col suo equipaggio, proprio il primo giorno di crociera.
La birra fresca e l’ombra della tenda subito elevata a coprire il pozzetto fanno passare l’amaro di questo brutto episodio.
Mangiamo, peschiamo, facciamo il bagno in attesa che il sole smorzi un po’ la temperatura prima di andare a visitare l’isola. Piano piano le barche escono dal porto, in compenso la risacca continua ad entrare decisa e il vento, che soffia sulla tenda come una vela, tiene distante la barca dal molo, trattenuta da lunghi, lunghissimi spring, ancorati a massi e rottami, perché sul molo, non ci sono né anelli, né bitte.
A metà pomeriggio, pigramente passeggiamo fino a l’unico chiosco dell’isola, sul molo a metà dell’isola, che viene chiuso e abbandonato prima di cena, fino al giorno dopo.
Qui non c’è vento e non c’è onda. I bambini mangiano un gelato e saltellano all’ombra su un tappeto elastico, mentre io bevo una birra con i miei compagni, amici che conosco dall’infanzia e con cui ho tanto da condividere, ma che ormai vedo molto raramente. Le birre diventano due e piano piano un benessere si diffonde e si impadronisce di me.
Non so se tutti capiscono quello che sto per scrivere, forse per capirlo dovrei raccontare i miei ultimi otto anni di vita, ma il racconto diverrebbe troppo lungo, prolisso e forse non appropriato a questa sede. Forse chi ha figli, tanti figli mi può capire. Forse chi non ha nonni cui lasciare i propri figli mi può capire. Mia moglie ed io abbiamo condiviso tutti i nostri momenti con i bambini e ne sono felice. Non voglio lasciare i miei figli ad inebetirsi davanti alla televisione, né ho qualcuno cui lasciarli. Mi piace fare tutto con loro, ma questo diventa veramente stancante. Anche il mio amico vive un periodo della sua vita molto particolare. Si cresce, si cambia, ma questo porta necessariamente delle crisi. Tutti e tre ci conosciamo da più di vent’anni e chiacchierando insieme sembra di essere tornati ragazzini, quando parlavamo tutta la notte della vita che ci aspettava davanti.
- Prima del buio sarebbe meglio portare la barca qui. Non c’è vento e non c’è onda.
- Non vorrai spostare la barca adesso? Bisogna smontare la tenda.
- E poi non dovevamo fare il falò sulla spiaggia?
E’ vero mi dico. Anche i bambini vogliono fare il falò sulla spiaggia e poi col vento non ci sono zanzare. Giuro. Giuro che ho pensato che il vento avrebbe tenute lontane le zanzare.
Ci incamminiamo verso la barca è il tramonto ha tutte le tonalità dell’autunno, anche se siamo in pieno agosto.
Bisogna vederli i colori del Quarnaro per capire quello che scrivo. In nessun altro posto della Croazia il contrasto è così acceso, così selvaggio come le bianche pietre spazzate dalla bora che sembrano essere illuminate, immerse nel mare blu, mentre tutto diventa viola, cielo, pietre e mare. Basta romanticismi, non voglio dilungarmi troppo, torniamo alla storia.
Il vento non è calato neanche un po’, ma di buono c’è che tiene la barca lontana dal molo. Però questa risacca mi dà da pensare. Pericolo non ne può creare, perché ha soffiato maestrale tutto il giorno, tuttavia sono sempre un po’ ansioso. Il porto ora è deserto. A nord il molo chiude e si crea un angolo. Forse lì la barca è più riparata, tanto più che alcuni anelli sporgono dalla parete, ormeggi molto più convincenti dei rottami qui la barca è legata ora. Per spostarla non serve nemmeno tirare giù la tenda, basterà tonneggiarla con le cime. L’abbiamo fatto mille volte mia moglie ed io, questa volta siamo in tre, sarà ancora più facile.
Il mio amico non è d’accordo, forse lì c’è più risacca. Ma no, ma forse, ma va, allora portiamola al porto, ma no, ma dai. Infine mi dico, sono io il comandante e non c’è nulla di peggio a bordo di avere due comandanti.
Senza avere impartito bene gli ordini, senza aspettare l’aiuto dei compagni, sciolgo gli ormeggi e comincio a spostare la barca. Yanez, il figlio più grande è a bordo e salta da una parte all’altra per dirmi cosa devo fare. Ci sono abituato. I miei figli fanno tutto con me e sanno muoversi a bordo. Collaborano, a modo loro ma collaborano e ci tengono a rendersi utili.
Il vento allontana la barca dal molo e io ho modo di muoverla con facilità, con una cima a prua e una a poppa. L’altro figlio saltella per il molo correndo dietro alla barca e urlando al fratello rimasto in barca. Gli amici non sanno bene che fare, perché non capiscono come devono muoversi e io mi sono incaponito a fare tutto da solo, voglio dimostrare...non so cosa voglio dimostrare. La barca è sciolta e la tengo solo con le due cime. Il vento soffia verso il largo ed entra risacca.
Arrivata dove il molo forma un angolo retto, mi convinco che se l’ormeggio all’inglese lungo il molo che chiude il porto, sarà più ridossata. Quindi fisso la cima di poppa con abbondante lasco e passo sull’altro molo per costringere il catamarano ad una rotazione di 90 gradi.
Mio figlio è sulla prua del catamarano, proprio in cima.
Gioco con le cime, spingendo la barca con il mezzomarinaio, ma non è un’operazione facile, perchè il vento insiste e la risacca entra decisa. Infine riesco a ruotare la barca e comincio a tirare la cima verso poppa, per addossarla al molo. Un amico mi urla che non è ancora ormeggiata a prua. Lo so rispondo infastidito, lo so, ma il vento la spinge. Invece, tirando in modo eccessivo, la testa della barra del timone urta contro il molo. Impreco, ma la barca, dopo il colpo sta imbardando e mio figlio, proprio sulla punta, mi avvisa anche lui che la barca, la prua sta battendo nuovamente contro il molo.
Non riesco ad urlare, non faccio in tempo a urlare di non mettersi in mezzo, prima che ad urlare sia mio figlio.
Mantengo lucidità. Non posso mollare le cime, altrimenti la barca se ne va. Mentre sistemo l’ormeggio mio figlio è corso sulla terrazza dove c’è il bugliolo con i saraghi pescati durante il giorno e che sarebbero dovuti diventare la cena per quella sera. Tiro anche l’ultimo spring e mentre mentalmente ripasso la cassetta dei medicinali custodita in barca e ringrazio per tutti quei soldi che mia moglie ha insistito che spendessi, vedo mio figlio con la mano immersa nel bugliolo, l’acqua diventare rossa e gocce di sangue sulla terrazza.
Con tutta la calma di cui dispongo mi avvicino al secchio.
- Fa male? chiedo a mio figlio.
- Un po’, esce sangue.
Guardo la mano del bambino e sento il freddo che sale in testa.
- Non è niente. Vado a prendere il cerotto.
Scendo in cabina e controllo la cassetta, so che devono esserci anche degli antidolorifici e comincio a calcolare le miglia che mi separano da Rab, e dove potrebbe esserci un prontosoccorso raggiungibile in barca. No, bisognerà chiamare un taxi
Yanez nel tentativo di allontanare la barca dal molo ha infilato il dito tra l”’orecchio” sulla prua del catamarano e il molo. Non so per quale calcolo esatto, non so per quale caso, ma non sono rimasti incastrati tra il legno e il cemento né l’unghia, né l’osso del dito, ma solo il polpastrello, che però si è maciullato e presenta una vistosa ferita. Forse sarebbe da dare un punto, perché una cicatrice in cima ad un dito della mano destra può diventare molto fastidiosa. Pulisco bene la ferita, anche se con un po’ di voltastomaco, disinfetto, applico pomata anestetizzante e medico.
- Promettimi che fai piano.
- Promesso. Fa male?
- Un po’.
- Tieni il dito in alto, così non sbatte.
Lavo i bambini e li vesto, perché il vento è piuttosto fresco. Poi sistemo l’ormeggio. Devo impiegare tutti i parabordi, perché la risacca spinge contro il molo.
Accendiamo un fuoco al riparo dal molo e il vento fa soffiare le faville sopra il mare, radoppiando l’effetto scenografico delle stelle.
I bambini corrono su è giù facendo girare vorticosamente nel buio degli stecchi accesi, che creano figure e disegni nell’oscurità.
- Allora fa male?
- Solo un po’.

Alla fine della cena, metto a letto i bambini esausti e vado a controllarli dopo soli dieci minuti ed entrambi dormono nella cuccetta di prua.
Con i miei amici, restiamo ancora a lungo seduti vicino al fuoco, a contemplare la notte, e a parlare come non fossero passati più di vent’anni da quando ci sedevamo vicino al fuoco a parlare di tante cose. Infine anche noi ci stendiamo sotto la tenda. Io però non riuscirò a prendere sonno, Non certo per le zanzare che avrebbero dovuto pesare un chilo per riuscire a volare quella sera. Ma non è il vento che entra infilato dalla poppa dentro la tenda e nemmeno la risacca che ci fa ballare a tenermi sveglio.
Continuo a pensare al dito di Yanez, al timone sbucciato. Mi era stato insegnato che il comandante non si deve rilassare, che non deve fare affidamento sugli altri. Penso alla mia presunzione e alla mia pigrizia.
Sono sicuro. Sono sicuro che non accadrà mai più.
E penso anche a quei saraghi che abbiamo gettato in mare insieme all’acqua insanguinata dentro al bugliolo. Per fortuna avevamo una scorta di cevapcici di riserva da abbrustolire sulla brace.




scritto in fretta e riletto con i bambini che mi urlano nelle orecchie. Perdonerete degli erroi

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 Oggetto del messaggio: Re: Quella volta è successo che ...
MessaggioInviato: 02/03/2018, 20:02 
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 Oggetto del messaggio: Re: Quella volta è successo che ...
MessaggioInviato: 02/03/2018, 21:41 
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 Oggetto del messaggio: Re: Quella volta è successo che ...
MessaggioInviato: 10/03/2018, 12:45 
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Chi fa fa anche errori.
Bisognerebbe stare più attenti, bisognerebbe aver spiegato all'equipaggio prima di ogni manovra in cosa consiste la manovra e che cosa ci si aspetta da ognuno. Bisognerebbe.
Così finisce che a volte uno si dice: " ci vuole più tempo a spiegarlo che a farlo". E questo è un errore, perchè così l'equipaggio non imparerà mai. Ma è un errore che facciamo tutti, o almeno io lo faccio molto spesso.
Bisognerebbe sempre ricordare che la distanza tra "visto tutto a posto senza nessun rischio" ed un dramma , può essere minima.
Aiuta molto avere culo: gli errori si fanno, ma se i danni collaterali sono modesti è meglio.


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 Oggetto del messaggio: Re: Quella volta è successo che ...
MessaggioInviato: 17/04/2018, 12:31 
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Messaggi: 270
Località: roma
questo argomento mi piace parecchio e visto che fino ad ora ho soltanto letto e mai commentato, e visto che ogni volta nopn ritrovo l'argomento, ho deciso di mettere questo commento inutile per ritrovarlo nei miei messaggi. inutilissimo
scusate.
comunque Il Moro è ancora nell'orto e non ancora nel porto. devo riparare il motore e spero di essere pronto per giugno. almeno un mesetto di collaudo prima di avviarmi nei mari del nord. prevista flottiglia per la corsica. :o
sempre più esagerato.
ci arriveremo??
biromax me lo hai promesso


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 Oggetto del messaggio: Re: Quella volta è successo che ...
MessaggioInviato: 17/04/2018, 20:11 
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Messaggi: 4362
Località: un romano a Carmagnola (TO)
Però ca**arola...
Vero che io non scrivo quasi più (ma leggo tutto appena lo scrivete o quasi)...
Ma 'sto thread mi sembrerebbe degno di maggiore attenzione, o in altre parole possibile che non vi è mai successo nulla che possiate o vogliate raccontare?
Qui siamo a quattro-cinque interventi, il resto sono commenti.
E visto che ci siamo:
- era nato per stimolare racconti di esperienze con risvolti 'didattici' sotto qualunque punto di vista...
- ma anche una cosetta che faccia solo ridere va bene, eh?
(che poi qualcuno diceva di Arlecchino: "castigat ridendo mores", e si ritorna all'ammonimento/avvertimento/insegnamento...
Vabbe', mi taccio.

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MessaggioInviato: 18/04/2018, 7:25 
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Iscritto il: 19/09/2014, 10:48
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veramente io avrei scritto un libro che contiene il racconto di almeno un paio di cosine capitata nel corso del tempo.
Il libro è pronto come file .pdf, sono in attesa dell'opinione di Cristina di Mare di Carta per vedere come renderlo disponibile.


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 Oggetto del messaggio: Re: Quella volta è successo che ...
MessaggioInviato: 18/04/2018, 10:43 
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Iscritto il: 16/02/2010, 15:13
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Beh, intanto qualche estratto, giusto per stuzzicare l'appetito?
Pensi di pubblicare in modo "ufficiale"?

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