Marinai di Terraferma

Forum dei marinai carrellatori
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 Oggetto del messaggio: Re: Portolano MdT
MessaggioInviato: 20/11/2014, 20:06 
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margutte ha scritto:
giorgio se mi vuoi bene mandami il file word
velicapusa@gmail.com


file word :nema problema
altri posti:fammici pensare un pò. ora ho un paio di settimane di quella che non raccomando a nessuno.


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 Oggetto del messaggio: Re: Portolano MdT
MessaggioInviato: 04/01/2015, 2:36 
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margutte ha scritto:
non ho nessuna esperienza di navi da carico, del gergo o dell'organizzazione a bordo. Sono giorni che faccio ricerche. qualuno mi può dire se ho scritto cazzate? Stasera la rivedo e la completo


Silo - isola di Krk

La Saponificazione. Consiste nella formazione di adipocera, un sapone insolubile, di aspetto lardaceo e untuoso e di odore sgradevole, prodotto dalla combinazione dei grassi neutri dei tessuti con sali di calcio e di magnesio presenti nell'acqua o nel terriccio umido in cui si trova il cadavere. E' indispensabile l'assenza di aria. Il processo inizia dal tessuto sottocutaneo, quindi si diffonde al tessuto adiposo periviscerale. La saponificazione si rende evidente dopo alcune settimane e si completa in 12-18 mesi.

Mi chiamo Theodoros Belesis, comandante della nave da carico Peltastis, battente bandiera Greca e questa è la mia storia.

Il sette gennaio 1968, salpiamo da Sv. Juraj, angusto porto dove abbiamo caricato legname da trasportare al porto di Rjieka. Il capitano del porto ci consegna il bollettino meteo, per nulla invitante. È in arrivo una grossa perturbazione con groppi e quel vento che da queste parti viene chiamato bora scura. Secondo il capitano è da forsennati salpare con questo tempo, soprattutto è impensabile transitare lungo il canale del Velebit, che da queste parti viene soprannominato “canale delle tempeste”. Mi spiega anche che in casi di bora particolarmente forte, come quella prevista nei prossimi giorni, lungo questo canale si verifica un fenomeno, che i locali chiamano fumarola. Non sarebbe altro che un fenomeno catabatico, per cui il vento che precipita dalle alture del Velebit, toccando l'acqua, la vaporizza e si forma un aerosol fino a qualche metro dalla superficie che impedisce di respirare. Secondo il capitano è meglio attendere in porto, a Jurievo (Sv, Juraj), o quanto meno raggiungere Rjieka costeggiando il lato occidentale dell'isola di Krk, ugualmente pericoloso, ma meno avventato. Purtroppo né l'una né l'altra soluzione sono praticabili, in quanto il carico di legname che trasportiamo deve essere a Rijeka entro domani mattina e incrociare tra le isole di Krk e Cres significherebbe allungare la rotta almeno del doppio, sconveniente in termini di tempo e di denaro. Il mio armatore non ne sarebbe contento.
Questo non l'ho detto al capitano di Senj, ma tra le altre cose ho un appuntamento con il comandante di un'altra nave greca proprio stasera a Rijeka. Non ci vediamo da mesi e non voglio mancare. In fondo sono un marinaio greco, sono ateniese. Nel sangue della mia famiglia ci sono generazioni di marinai. Io conosco le onde dell'Egeo, e la rabbia del meltemi. Imparerò a confrontarmi anche con quella della bora.
Finito di caricare 500 metri cubi di legname, salpiamo le cime, l'orologio della cabina di pilotaggio segna le 11,37. Il capitano era sulla banchina e ci guardava partire, ma non ha contraccambiato il mio cenno di saluto dalla plancia di comando. Se n'è rimasto con le braccia lungo i fianchi a guardare la Peltastis che se ne andava.

Motonave da carico, anno di costruzione 1953, cantiere D.W. Kremer Sohn, Elmshorn, lunghezza 197,5 piedi, baglio 30,7; 874 tonnellate di stazza lorda. Armatore Chr. M. Sarlis & Co. Porto di armamento Pireo.
Equipaggio: 13 uomini, compreso il comandante.
La mia è una bella nave. Il suo nome mi dà conforto e orgoglio. Peltastis: lo scudo che i fanti traci indossavano per difendersi in combattimento. Anche la mia nave è solida e più di una volta si è ben difesa a combattere contro il mare. Un comandante deve sapere prendere qualche rischio, e sia la mia nave che i 12 membri del mio equipaggio sono pronti e preparati.

Adrianos Paleologos, classe 1935 è il mio primo ufficiale. Entra in cabina di comando con l'aggiornamento del bollettino che il marconista ha appena ricevuto. Le notizie non sono buone, la bora soffia già forte, ma è previsto un rinforzo.
«Secondo te abbiamo fatto una sciocchezza?» il primo ufficiale non parla e io mi sforzo di sembrare ottimista.
«Andiamo, vedrai che stasera stessa ti porto a bere a Rijeka. Dicono che le donne di questa regione siano meravigliose. Alte, carnagione chiara, occhi celesti come il mare. Non ti sei stufato del pelo nero di casa tua?»
Adrianos sorride, ma non sembra convinto. «Ti faccio portare un caffè comandante.»
«Bravo e porta anche un po' di quel rakì che abbiamo imbarcato a Zara. Qui lo chiamano rakija, ma è buono come il nostro.»
Il cameriere si chiama Sotirios Nitsoglou. Ha 23 anni e lo imbarcato io stesso. È stato suo fratello, Christos, a chiedermi se potevo imbarcarlo con noi. Se nasci in una piccola isola della Grecia, le speranze di lavoro si riducono a due soltanto. O imbarcarsi su una nave di lungo corso e tornare a casa una volta ogni 18 mesi oppure crepare di fame a fare il pescatore. Christos naviga con me già da qualche anno e quando siamo salpati dal Pireo, anche suo fratello ha cercato di scappare alla miseria e si è imbarcato come cameriere, non ha esperienza di altro tipo e questa è l'unica mansione che può ricoprire per ora.
Sotirios, indossa il maglione sotto l'uniforme e il cappello di lana è calcato fin sopra le orecchie, anche se il regolamento non lo consentirebbe. Io però faccio finta di non vedere. È la prima volta che lascia la sua piccola isola e non si è ancora abituato al freddo del nord Adriatico. Fatica a reggersi in piedi, il vassoio con il caffè e la rakija in una mano. Con l'altra si appoggia a qualunque cosa sia a porta di mano.
«Sai nuotare ragazzo?»
«Certo signore. La mia è una famiglia di pescatori.»
«Bene, mi sa che ti servirà.»
il primo ufficiale ride, anche Sotirios sorride. La nave rolla e beccheggia, e fatica a procedere. Devo tenere le macchine a regime basso perché il mare è sempre più bianco e la prua si scontra contro onde ripide, che si fanno via via più imponenti. Soprattutto è il vento che ci fa procedere molto lentamente. Ci mettiamo quasi un'ora per raggiungere Senj e davanti a noi il canale del Velebit è bianco di spruzzi e la visibilità si è ridotta molto.
In gennaio il sole tramonta presto e tra un po' sarà buio. Temo che stasera non riuscirò a ubriacarmi a Rijeka.
Dopo un'altra ora, Adrianos Paleologos, mi raggiunge in plancia di comando. Chiedo un altro caffè, ma è impossibile prepararlo in queste condizioni. La situazione comincia a diventare critica. Le raffiche di vento hanno sorpassato i 100 km all'ora e la nave fatica a procedere e tenere la rotta. Il canale del Velebit, si chiude in cima con una strozzatura denominata Tihi Kanal e se qui la bora soffia forte, imbottigliata in quel venturi ormai deve aver raggiunto forza da uragano, tanto più che i fanali che segnalano il canale sono praticamente invisibili, a causa del buio, dell'aria satura di spruzzi e del nevischio che comincia cadere da qualche ora.
Consulto la carta e l'unica soluzione possibile è trovare riparo. Quella a dritta deve essere Cirkvenica, ma neppure lì probabilmente una nave della nostra stazza troverebbe ridosso Correggo la rotta di qualche grado a est, ma le raffiche di vento sono ormai vicine ai 150 km/h. Il Peltastis arranca con estrema difficoltà e a dispetto del suo nome non riesce a farsi scudo da questa bufera.
Abbiamo passato Cirkvenica di un paio di miglia, ma procedere oramai è impossibile. Angelos Fotiadis, il giovane macchinista, in un attimo di apertura, nel turbine della neve grida: « i fari, i fanali». Non è il porto di Cirkvenica, questo è sicuro, ma sulla dritta sembra sia comparso un ridosso, che non è sicuramente eccellente, ma per ora deve bastare, procedere è diventato impossibile. Non c'è più molto da fare. Butto il timone a dritta e ci infiliamo nella piccola baia. Non capisco bene dove siamo, ma trasmetto l'ordine di fondo alle ancore. Tutte e due. Filo 200 metri di catena, attendo per vedere se hanno agguantato e poi sembra che la nave si sia aggrappata ad un fondo che la trattiene. È fatta. La nave è investita dalle raffiche e gli spruzzi delle onde spazzano la coperta. Però l'ancora tiene e forse davvero l'abbiamo scampata bella. Tiro un'altra sorsata dalla bottiglia di rakija e tiro anche il fiato. Questa sera di sicuro non ceno a Rjieka, ma domani avrò un'altra avventura da raccontare al mio amico e alle puttane della città, sedute sulle mie ginocchia mentre bevo rakija e pancetta affumicata.
Fuori è buio, ma le due ancore e i 200 metri di catena dovrebbero permetterci di tirare almeno fino al mattino. Poi con il chiaro dell'alba vedremo cosa fare. Organizzo i turni di guardia, anche se non credo che sia necessario, perché nessuno questa notte riuscirà a dormire. Il cameriere mi porta una tazza di caffè e un'altra bottiglia di rakija . Le macchine restano accese e Angelos Fotiadis, continua a controllare che tutto sia in ordine. L'orologio della cabina di pilotaggio segna le 22,03. Improvvisamente, davanti a noi, sulla costa della terraferma, un bagliore improvviso. Un lampo, un fulmine e una pioggia di scintille, poi il buio più totale. Un palo della corrente probabilmente è stato abbattuto da una raffica più violenta e tutta la costa è rimasta al buio. Non si vedono più le luci del paese, né i fanali del porto. Siamo immersi nella pece più nera e la bufera di neve rende invisibile qualunque cosa oltre la prua della nave, dove le luci di via vibrano scosse dal vento. È come galleggiare nel nulla. Solo la schiuma del mare, bianca, lampeggia quando passa sotto i fanali accesi della nave e il turbinio della neve disegna linee e forme bizzarre nel cono di luce dell'illuminazione della coperta.
Sembrano fantasmi. Sembrano anime di marinai annegati. È quasi bello.
È impossibile stare fuori dalla cabina, la bora ha raggiunto velocità che così credevo non fosse possibile e non è solo il freddo a impedire di uscire, ma anche le raffiche di neve sul volto. Sembrano sassate e fanno sanguinare la pelle scoperta. Di sicuro Sotirios un freddo così non l'ha mai sentito. Il primo ufficiale mi raggiunge in plancia di comando. Mi ha portato qualcosa dalla mensa. Pane e acciughe sotto sale, di più è impensabile preparare. Io non sono sceso con gli altri a mangiare. Io sono il comandante. Io sono quello che ha preso la decisione di seguire questa rotta. Rimango sul ponte di comando a controllare la situazione, anche se in realtà, c'è ben poco da controllare. Mastico un'acciuga per togliere l'amaro dalla bocca e offro un altro sorso di rakija ad Adrianos e proprio mentre si accosta la gavetta alla bocca per bere, uno strattone più forte degli altri, gli fa versare tutto sull'uniforme. Questa volta non era un'onda, né una raffica più forte delle altre. Guardo l'orologio appeso sopra la porta: 23,37. Le ancore arano. È difficile capirlo, è difficile trovare un punto di riferimento per controllare la posizione, ma lo stridere delle catene e la nave che si muove a scossoni possono volere dire una cosa soltanto. Le ancore arano.
Urlo il comando alla sala macchine: motori avanti. Prima al minimo, poi mezzo, poi tutta forza. L'anemometro oramai passa i 200 km all'ora e più che una burrasca sembra una furia che scatena tutta la sua violenza sul mare e sulla Peltastis, incapace di proteggersi nonostante il suo nome. Guardo fuori dalla cabina, il mare illuminato dal fanale di mezzanave e finalmente vedo la fumarola di cui mi parlava il capitano di Senj. Non è come la descriveva il capitano. È come essere avvolti in una nube. La nave non galleggia più, ma sembra volare. Il mare è scomparso e i fanali della nave, disegnano un arcobaleno tondo nella nube che ci avvolge e che ci solleva dal mare. Leggeri, liberi. È perfino bello. Per un attimo mi fermo a guardare lo spettacolo della neve e dell'aerosol dell'acqua e mi vengono in mente le braccia del capitano di Senj, stese lungo il corpo, abbandonate, impotenti, incapaci di fermare un comandante che guida la sua nave verso l'abisso. È un attimo, ma subito mi riprendo. Macchine avanti tutta. La voce del macchinista mi arriva serena e quieta dall'interfono. Più di così non si può. Le lunghe catene continuano a vibrare sul ferro della nave e immagino le unghie delle ancore, sanguinanti, nel disperato tentativo di aggrapparsi a qualcosa, di trattenere la loro nave che le trascina verso l'abisso. Quelle ancore meriterebbero di essere ricordate. Bisognerebbe trovare uno posto in una piazza, dove le maestre potrebbero portare i loro bambini per mostrare loro quelle ancore, che tutto hanno cercato di fare per salvare la loro nave dalla follia del comandante, ma non c'è stato nulla da fare.
Mi scuoto ancora. Prendo la carta e cerco di ragionare. Se la bora proviene da nord est, e noi eravamo aggrappati al porto di Dramalj, allora una speranza c'è. C'è un'ultima possibilità, un atto di dio. Sulla costa di Krk, proprio sotto Dramalj, si apre un'ampia baia, il cui fondo, inferiore ai 5 metri, preclude l'entrata a navi della nostra stazza. Se per un caso, se per un volere superiore, la nostra deriva ci portasse in quella direzione, forse la nave si incaglierebbe sulla sabbia, forse, ci fermeremmo. La nave sarebbe perduta, ma quanto meno il suo equipaggio si salverebbe. Cerco di fare i conti ad occhio su quella che può essere la deriva del vento e la forza della corrente e contrasto come posso la nostra rotta alla deriva, con i motori che poco possono e le ancore che continuano a scuotere la nave, tracciando lunghi solchi sul fondo. Krk è completamente al buio e i fanali di entrata della baia di Soline sono spenti, ma tanto dubito che riuscirei ad individuarli in mezzo alla tempesta. Da quanto tempo ormai siamo alla deriva?
L'orologio segna le 3,29, quando un orrendo schianto scuote la nave, che finalmente si ferma. Angelos Fotiadis entra in cabina come fosse un ossesso. Tra il frastuono della bufera e il rombo delle macchine. Una falla, la sala macchine è quasi completamente allagata. Il mio primo mi guarda.
«Adrianos, accertati che nessun uomo rimanga a bordo, siamo appoggiati alla costa di Krk, gettatevi in acqua e cercate scampo.»
«Comandante...»
«Ufficiale Adrianos Paleologos, obbedisca agli ordini.»
il mio primo mi guarda ancora per un istante, poi si getta fuori dalla cabina, corre per la nave, raduna l'equipaggio e fa gettare tutti nell'acqua gelida di Krk. I due fratelli per primi, poi il macchinista, Angelos Fotiadis, poi tutti gli altri e per ultimo lui stesso. Prima di gettarsi si volta per un'ultima volta verso la plancia di comando. Io sono in piedi davanti al timone, oramai bloccato e immobile. Lo saluto e poi lo vedo sparire oltre la murata. Guardo ancora una volta l'orologio. Sono le 3,49 e dubito che domani potrò passeggiare per i viali di Rijeka. Tiro ancora un sorso dalla mia bottiglia di rakija. L'ultimo.
Finalmente ora tutto è silenzio. Non sento più il rantolo disperato delle macchine e neppure il lamento delle ancore trasmesso dal ferro della prua. Nemmeno la bora urla più tra le sartie e la neve non si schianta più sulla finestra del ponte di comando. Solo, al comando della mia nave, in piedi, godo finalmente del silenzio. Il silenzio degli abissi.


L'8 gennaio 1968, la motonave Peltastis naufraga sulle coste di Krk, tra la baia di Soline e il porto di Silo. La bora quella notte superò i 200 km/h, in più una bufera di neve e un black out causato dalla burrasca azzerò completamente la visibilità. Nonostante il comandante avesse gettato le ancore con oltre duecento metri di catena e le macchine cercassero di contrastare la forza della bufera, la nave andò alla deriva fino a incagliarsi sugli scogli dell'isola di Krk. L'orologio del ponte di comando rimase fermo alle 3,50. Dei 12 uomini dell'equipaggio se ne salvarono solo 4: i fratelli Sotirios e Christos Nitsoglou, di anni 25 e 28; il primo ufficiale, Adrianos Paleologus, di anni 33; il macchinista Angelos Fotiadis, di anni 23. Quasi tutti subirono amputazioni a causa di ipotermia e assideramento. I cadaveri degli altri 7 marinai furono raccolti i giorni seguenti, annegati, assiderati o schiantati sugli scogli dalla burrasca. Del comandante Theodoros Belesis nessuna traccia.
Poi durante l'estate successiva, alcuni pescatori subacquei si avvicinarono al relitto e curiosando tra le finestre delle cabine, notarono una figura umana, saponificata.
In piedi, da solo, davanti al timone, sul ponte di comando.



...un po' macabra ma deve essere lui...
Buon Vento Comandante...


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 Oggetto del messaggio: Re: Portolano MdT
MessaggioInviato: 04/01/2015, 17:04 
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Molto verosimile e con brivido
ora quel che resta è questo

http://www.scubaportal.it/relitto-miele-peltastis.html


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 Oggetto del messaggio: Re: Portolano MdT
MessaggioInviato: 04/01/2015, 18:48 
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Iscritto il: 13/02/2013, 16:31
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gtfarm ha scritto:
Molto verosimile e con brivido
ora quel che resta è questo

http://www.scubaportal.it/relitto-miele-peltastis.html



Altro che, verosimile!
E' proprio lui! ;)


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 Oggetto del messaggio: Re: Portolano MdT
MessaggioInviato: 05/01/2015, 19:33 
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Meteor ha scritto:
margutte ha scritto:
. qualuno mi può dire se ho scritto cazzate?

..

Si legge bene, non sono un tecnico.
Se il marinaio greco dovesse raccontare la storia la racconterebbe così, senza preoccuparsi se un termine è appropriato o meno.Non siamo neppure ad un circolo primi ufficiali e l'approccio dei piccoli marinai è volutamente un po' casual.Mica possiamo prenderci troppo sul serio.


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 Oggetto del messaggio: Re: Portolano MdT
MessaggioInviato: 01/06/2015, 9:23 
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Iscritto il: 28/05/2015, 12:46
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Località: Val Rosandra, Territorio Libero di Trieste
Giorgio Pavan ha scritto:
Meteor ha scritto:
margutte ha scritto:
. qualuno mi può dire se ho scritto cazzate?

..

Si legge bene, non sono un tecnico.
Se il marinaio greco dovesse raccontare la storia la racconterebbe così, senza preoccuparsi se un termine è appropriato o meno.Non siamo neppure ad un circolo primi ufficiali e l'approccio dei piccoli marinai è volutamente un po' casual.Mica possiamo prenderci troppo sul serio.


Se proprio vuoi... Ci son due imprecisioni:
La prima è indicare come "Capitano" il personaggio che resta sul molo a braccia distese..
Son tornato indietro a leggere xké avevo capito che la nave fosse partita senza un membro dell'equipaggio...
La seconda è indicare la velocità del vento in km/h.. Si ragiona solo in nodi.

In ogni caso, il racconto mi è piaciuto moltissimo, l'ho anche condiviso coi miei ragazzi a casa!
Ora gli invio anche i links di sta pagina.

Ragazzi, é per questi vostri racconti e per lo spirito che ci state mettendo in questo portolano che mi son iscritto!
Grazie x la compagnia che mi fate!

_________________
Buon Vento e Cieli Azzurri!
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 Oggetto del messaggio: Re: Portolano MdT
MessaggioInviato: 03/06/2015, 8:36 
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Iscritto il: 22/11/2009, 10:47
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un piccolo gioiello di racconto..........adesso mi domando se non sarebbe bello riunire tutti questi gioielli e farne qualcosa di riproducibile come è accaduto per il portolano... ormai è assodato, esiste chia ha l'esperienza per trarne un libro......il nostro libro.


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 Oggetto del messaggio: Re: Portolano MdT
MessaggioInviato: 03/06/2015, 10:19 
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Iscritto il: 16/02/2010, 15:13
Messaggi: 3091
[quote="Lupo45acp
Se proprio vuoi... Ci son due imprecisioni:
La prima è indicare come "Capitano" il personaggio che resta sul molo a braccia distese..
Son tornato indietro a leggere xké avevo capito che la nave fosse partita senza un membro dell'equipaggio...
La seconda è indicare la velocità del vento in km/h.. Si ragiona solo in nodi.

quote]


mi serviva proprio l'intervento di un tecnico. Come si chiama quindi il capitano?

spero che Paddy non mi sbrani se gli chiedo an ulteriore intervento sul testo

_________________
Io mi sacrifico per voi, e questo è il vostro ringraziamento? Ciurmaglia


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 Oggetto del messaggio: Re: Portolano MdT
MessaggioInviato: 03/06/2015, 11:24 
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Iscritto il: 28/05/2015, 12:46
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Località: Val Rosandra, Territorio Libero di Trieste
Allora,
Il tipo che resta a terra a veder partire la nave presuppongono sia l'agenzia, quindi sarà l'agente marittimo.

A bordo di una nave il titolo di "Capitano" di Lungo Corso per la coperta e di Macchina x noi macchinisti, lo abbiamo minimo in 4: Comandante, Direttore, 1o Coperta, 1o Macchina.
Questi "incarichi", detti gradi, sono quelli a cui si fa comunemente riferimento.

Quindi il tuo Capitano (di Lungo Corso) è chiamato Comandante.

Se serve altro WhUp Me.. Facciamo prima.
Mario 3472202231

Ciao!

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 Oggetto del messaggio: Re: Portolano MdT
MessaggioInviato: 03/06/2015, 11:29 
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Iscritto il: 28/05/2015, 12:46
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:oops:
Se posso....
Ma, news del Portolano MDT ?
Esiste, c'è, si trova... O è una chimera?
Dai ragazzi.. A brevissimo spero di mettere il Surick in mare.

Grassssssssssssssie!

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Buon Vento e Cieli Azzurri!
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